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Camillo Chiarieri e le Storie della Storia d'Abruzzo - Quinta e ultima conferenza della III Serie

I Benedettini in Abruzzo

| di Fabio Rosica
| Categoria: Tradizioni | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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L’ultimo incontro di questa III Serie delle Storie della Storia d’Abruzzo, all’interno della Sala Flaiano dell’Aurum di Pescara, ha avuto il sapore di una vera e propria lezione di Storia dell’arte, ma non solo, come vedremo.

Camillo Chiarieri, prima di iniziare la sua consueta performance narrativa, ha tenuto a ricordare l’importanza di recarsi alle urne in occasione del referendum sulle trivellazioni offshore del prossimo 17 aprile. Se raccontare l’Abruzzo, ha anche una valenza di tutela nei confronti del nostro territorio, tanto più lo è difenderlo dagli attacchi di chi vuole estrarne lo scarso petrolio presente al largo delle sue coste, dove, come ha spiegato lo stesso Chiarieri, è presente la cosiddetta placca africana, una faglia che ha, da sempre, reso la nostra Regione a forte rischio di terremoti.

I protagonisti della conferenza sono stati i monaci benedettini, ordine fondato, come dice il loro nome, da Benedetto da Norcia, nato nell’anno 480, in un’epoca in cui il cristianesimo, all’indomani dell’editto di Costantino del 313 D.C., andava sempre più sviluppandosi, anche attraverso la ricerca di forme estreme di solitudine, per avvicinarsi il più possibile all’unico Dio. Fare l’eremita, pertanto, sembrò anche a Benedetto, l’unica strada percorribile per sfuggire alle sconvolgenti visioni delle tante forme di dissolutezza cui dovette assistere nella città di Roma, fin da quando vi fu inviato, insieme alla sorella, la futura Santa Scolastica, per gli studi, dall’età di dodici anni. Recatosi, quindi a Subiaco, nei pressi di un’antica villa neroniana, visse all’interno di una grotta dal compimento del diciassettesimo e fino al ventesimo anno d’età. Negli anni a seguire scrisse la celebre Regola (la regula) che disegnerà i principi su cui sarà fondato l’ordine monastico a lui dedicato.

Ora et labora, la frase simbolo dei benedettini contenuta all’interno della celebre sintesi del Vangelo sopra menzionata, in un certo senso capovolse letteralmente gli stereotipi greco-romani fino allora seguiti, che anteponevano gli studi al lavoro manuale. In pratica la giornata scorreva all’insegna dell’alternanza fra preghiera e lavoro, senza soluzione di continuità, divenendo una sorta di baluardo morale per l’intera umanità.

Nel corso dei secoli successivi, attraverso le uniche due vie di comunicazione terrestri all’epoca presenti, la Tiburtina Valeria e la Via Caecilia, i benedettini s’insediarono anche nei territori dell’odierno Abruzzo, stabilendosi nei pressi degli antichi e, ormai abbandonati, insediamenti romani, sfruttandone le rovine per costruire i loro conventi e non disdegnando, al contempo, di recuperare i testi ivi rinvenuti, contribuendo così, in maniera decisiva, a salvaguardare le conoscenze di una civiltà che, diversamente, sarebbe potuta diventare un ricordo quasi mitologico, alla stessa stregua di Atlantide. Nei pressi dei loro insediamenti proliferarono villaggi e città, giacché gli abitanti di quei territori si sentivano così protetti dai monaci, rispetto ai tanti pericoli di quei tempi bui.

In seguito, anche grazie al recupero degli studi architettonici dell’epoca romana, sorsero importanti abbazie, alcune delle quali, nonostante i continui saccheggi causati dalla strategica posizione geo-politica della nostra Regione (come abbiamo avuto modo di ascoltare nel corso delle precedenti conferenze a carattere storiografico) e i continui terremoti, sono giunte in discrete condizioni fino ai nostri giorni, grazie, per quanto riguarda la seconda problematica in precedenza menzionata, all’invenzione dei pilastri,elementi verticali portanti, che avevano la caratteristica di trasferire i carichi della sovrastruttura alle strutture sottostanti preposte a riceverlo.

Le tre maggiori abbazie benedettine in Abruzzo sono considerate, rispettivamente:

  • San Giovanni in Venere, posta in una posizione estremamente panoramica, nell’attuale comune di Fossacesia, in stile cistercense, ordine che diede nuovi impulsi, da qualche tempo ormai sopiti;
  • San Clemente a Casauria, non lontana dall’abitato di Torre de’Passeri e che fu costruita dall’Imperatore Ludovico II, chiamato a scacciare i predoni saraceni e insidiatosi quindi, a sua volta, nel territorio, considerato, come già detto, di enorme importanza strategica;
  • Santa Maria Assunta di Bominaco, con l’oratorio di San Pellegrino, in provincia de L’Aquila, comune di Caporciano, in stile romanico, ma con elementi interni barocchi.

Senza dimenticare anche la celebre San Liberatore a Maiella, opera di Carlo Magno su impronta benedettino-cassinese e tante altre, alcune purtroppo non giunte ai giorni nostri, se non nel ricordo di alcuni ruderi che varrebbe senz’altro la pena recuperare.

Il lavoro e l’impegno ingegnoso di quei monaci, hanno, in pratica, aperto la strada alle opere sorte nei secoli seguenti, grazie alle loro illuminanti idee artistiche. Il bello e il vero, ci ha ricordato prima di salutarci, l’attento Camillo Chiarieri, aprono sempre il cuore e illuminano le menti; condividere la conoscenza per tutti, questo l’insegnamento lasciatoci in eredità dai benedettini.

Appuntamento alla prossima stagione, per l’auspicata IV Serie.

 

 

Fabio Rosica

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