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Italia Nostra Abruzzo sulle “Misure straordinarie per il recupero delle aree o degli opifici industriali”

Necessari "progetti urbanistici mirati di riqualificazione che colgano le potenzialità delle varie zone"

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Come spesso accade nelle disposizioni in materia urbanistica, le finalità espresse per i progetti di legge vengono contraddette nel testo; in questo caso accade addirittura che i processi che dalla legge deriverebbero portino ad esiti contrapposti a quanto enunciato.

Il riuso degli impianti produttivi, capannoni ed aree abbandonati rappresenta oltre che una necessità, una effettiva opportunità di riqualificazione territoriale e ambientale, fattore di sviluppo locale nonché azione per il contenimento del consumo di suolo. Ma tale azione deve essere perseguita con una ricognizione conoscitiva del fenomeno e con progetti urbanistici mirati di riqualificazione che colgano le potenzialità delle varie zone, consentendo di optare per riconversione produttiva, commerciale, per il tempo libero, addirittura abitativa se il contesto lo suggerisce e nell’ottica del recupero delle infrastrutture e reti, e, in definitiva, del risparmio di suolo; oltre che, naturalmente, la restituzione all’attività agricola.

Ma se si persegue solo l’aspetto prettamente quantitativo come per l’analoga normativa relativa al recupero del patrimonio residenziale (la richiamata l.r. 49/2012, come attuata dai Comuni della regione) non solo si rischia di peggiorare la qualità dei territori ma anche di implementare l’occupazione e l’impermeabilizzazione del suolo.  Infatti si fotograferebbe, con un mix eterogeneo di funzioni, l’attuale dispersione a pelle di leopardo degli insediamenti, incentivando un aspetto antiurbano, dannoso anche per i trasporti e le relazioni tra le parti.

Pertanto, imparando dagli aspetti negativi dell’applicazione della L.R. 49, è necessario che i risultati non siano affidati alle modifiche delle destinazioni d’uso  genericamente richiamate (Art. 2 c. 3) sulla base  delle richieste del mercato,  in spregio ai territori interessati e delle loro esigenze; essi devono essere ricercati in una pianificazione territoriale basata sui contesti sociali, territoriali e ambientali in cui i complessi produttivi sono inseriti; e in questa logica assume senso un  insieme di incentivi e disincentivi al recupero dei beni. Appare evidente, per fare un esempio, che le scelte che attengono la zona industriale di Vasto, in adiacenza all’area protetta di Punta Aderci, non hanno alcuna attinenza con quanto prevedibile in ambiti fortemente urbanizzati (Consorzio Ch-Pe)  o nelle diffuse micro-zone industriali diffuse nei territori collinari: tre contesti da trattare molto differentemente: dalla prevalenza dei motivi di salvaguardia ambientale, al tema della riqualificazione urbana delle zone periferiche, al rapporto con la vocazione agricola

E’ il caso di ricordare, come a suo tempo denunciato da Italia Nostra, che la normativa regionale a cui il provvedimento rinvia limita i requisiti ambientali alla sola aderenza alla classe energetica A, trascurando che la sostenibilità dell’edificazione dipende da un insieme di elementi e di fattori ben più ampia

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