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Una mattina... Pineta ciao ciao ciao...

| di Giancarlo Odoardi
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Avrei dovuto scavalcare il recinto, quella mattina di esattamente tre mesi, lunedì 31 maggio, quando, allertato da un messaggio, mi sono precipitato in Via Pàntini dove ho trovato operai di un'impresa intenti a spianare arbusti e ad abbattere alberi, querce e pini, all'interno della Riserva Dannunziana.
Nottetempo, evidentemente, come in un'imboscata, erano entrati con camion e ruspe, sbarrato, con tanto di filo di ferro, il cancello di ingresso dell'area sgambettamento cani, sempre aperto, e apposto la segnaletica di cantiere e di divieto di accesso: sullo sfondo un gran rumore di motori e di motoseghe a ringhiare contro tronchi inermi.

Avrei dovuto scavalcare il recinto, quella mattina, precipitarmi verso i mezzi meccanici e mettermi di traverso, tra i cingolati e le cortecce, oppormi a quella  prova muscolare di efficienza istituzionale, dettata da una ossessione dirigenziale operativa di chi aveva messo a punto l'operazione giorni prima, per cancellare ogni altra opzione progettuale.
Avrei dovuto, ma una lombalgia persistente ha frenato l'impulso fisico del salto, costringendomi ad un frenetico,  nervoso e ansioso andirivieni lungo la rossa rete di cantiere, in fase di allestimento, come fossi un animale prigioniero al di qua del recinto. Ma io ero fuori dalla gabbia: erano gli altri a stare dentro, dentro i confini della Riserva, come segnalato dai cartelli perimetrali, rimossi con solerzia dalle maestranze per nascondere l'invasione.
E così si consumava, davanti ai miei occhi, una indicibile mattanza verde, impotente e incredulo di fronte ai cartelli del sopruso che dichiaravano la regolare e legittima autorizzazione a procedere.

Non ho potuto fare altro che documentare, filmare e commentare immagini drammatiche di radici strappate al suolo e chiome divelte dal cielo, sotto il comando perentorio di chi, in divisa e elmetto, impartiva ordini di procedere con solerzia ai tagli e agli abbattimenti, come si  fosse in procinto di una battaglia.
Non ero solo a stringere con rabbia i pugni e ad avere gli occhi umidi, potendo solo rimbalzare l'evento nell'etere. E la mattanza si è arrestata solo dopo qualche ora, quando è sembrato che la strada fosse stata sufficientemente segnata. Si, perché tutto è stato fatto per una strada, il pendolo, dentro la Riserva.
E' stata aperta una ferita sul fianco della Pineta quel giorno, e inferto un duro colpo all'integrità del bosco, con il rischio di una infezione irreversibile che il traffico di un milione di automobili l'anno produrrà su questo fronte dell'area protetta.

Nessun intervento di tutela e di valorizzazione, come prevede il PAN, ma aggressione e distruzione, in nome della vecchia mobilità automobilistica motorizzata che ancora avanza.
Poi, forse per opera di altre mani, domenica primo agosto, dopo due mesi, è arrivato anche il fuoco. E con esso, dal giorno dopo, le dichiarazioni di una grande rinascita,  di una nuova realtà, di un nuovo futuro!

Solo che il fuoco, paradossalmente, ha solo lambito quegli alberi che, dentro la Riserva, sono ancora di ingombro alla realizzazione della strada, come è rimasta integra tutta la segnaletica di cantiere. Ma soprattutto un cartello, non obbligatorio e redatto a posteriori, comparativo delle scene progettuali storiche che in 10 anni sono maturate nelle stanze del Palazzo, senza che nessuno e nessun ufficio obiettasse alcunché, apposto lì per giustificare la scelta obbligata dell'attuale percorso. Nel primo dei tre scenari rappresentati, si riportano,  a mo' di gogna, gli estremi di chi c'era all'epoca. C'è anche il mio nome, a cui seguono "altri", come ad attribuire intanto a quelli citati la massima responsabilità dell'opera.
Avrei dovuto scavalcare il recinto, quella mattina.

Giancarlo Odoardi

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