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Il dovere della memoria e l’importanza di conoscere per trasmetterla

La strage di Capaci, dopo 29 anni, ricordo di un evento doloroso

| di Maria Luisa Abate
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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21 maggio 2021, ancora on line, ma sempre presente all’appuntamento il XXVI Premio Borsellino ricorda uno degli eventi più terribili della nostra recente storia la strage di Capaci dove morirono persone che avevano fatto della loro vita una continua ricerca della verità per combattere la Mafia e tutti quelli che con essa facevano affari a danno dei più deboli che troppe volte soccombevano per mancanza di aiuti economici, fisici e morali. Persone come il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Mordillo, i tre uomini della sua scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cilia e come altri agenti e lo stesso autista di Falcone che in quel drammatico evento rimasero feriti.

Il 23 maggio del 1992, alle 17.56, esplosero 500 chili di tritolo sotto l’autostrada Punta Raisi-Palermo, all’altezza di Capaci, che uccise un magistrato, ma non le sue idee e la sua lotta che fu portata avanti da tanti altri magistrati e persone per combattere l’illegalità

A ricordare, ma soprattutto a raccontare, il generale Angiolo Pellegrini uomo di fiducia del Pool antimafia di Falcone e Borsellino, protagonista di alcune delle più importanti indagini nei confronti di Cosa Nostra e autore del libro Noi, gli Uomini di Falcone – La guerra che ci impedirono di vincere.

Pellegrini ha raccontato di come Falcone fosse stato denigrato anche dagli stessi colleghi e politici, chiamato con spregio sceriffo e che sarebbe affogato tra le sue stesse carte, raccolte per il maxi processo, che vide tanti mafiosi condannati per la prima volta. Fino ad allora la politica e chi deteneva il potere economico sminuiva la mafia a semplici picciotti e padrini che facevano la guerra tra famiglie come i Badalamenti, i Zarrillo e che si uccidevano tra loro.

Falcone, però, con caparbia e determinazione, raccolse quelle numerose carte per far comprendere a tutti quanto la Mafia fosse pericolosa perché non era una semplice faida familiare, ma un cancro che si era insinuato in tutta la popolazione uccidendo fisicamente e moralmente chi si opponeva a quel potere malvagio.

Falcone fu ostacolato in ogni modo, come quando non ebbe la nomina alla Procura generale, e fu poi costretto a lasciare Palermo per andare al Ministero della Giustizia dove, nonostante i numerosi ostacoli, creò la Dia e la Procura Nazionale Antimafia. Falcone aveva una grande onestà intellettuale e per perseguire le sue idee di giustizia aveva fatto anche scelte dolorose come quella di non avere figli perché sapeva che la sua vita era appesa ad un filo o meglio ad una decisione di chi non voleva più la sua presenza ingombrante e deleteria lavorando nel silenzio e nell’omertà senza apparire e distruggendo la vita delle persone accumulando potere ed enormi capitali. Era, dunque odiato dalla Mafia perché aveva fatto conoscere a tutti che non era una semplice modalità di agire, ma che era una vera associazione a delinquere.

Falcone diceva che bisognava tagliare l’erba sotto i piedi per togliere i patrimoni alla Mafia vero volano della criminalità. Negli anni in cui svolse il suo lavoro a Palermo, ci furono tante persone uccise come il Capo della Mobile Boris Giuliano, il Presidente della Regione Sicilia Piersante Mattarella, il capitano Basile, ucciso mentre aveva in braccio la figlioletta, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa con sua moglie e poi il giudice Rocco Chinnici. Tutte persone che operavano per far emergere i delitti mafiosi che, alla base, gestivano ingenti capitali economici derivati dallo spaccio di droga e di altri miserevoli traffici. Il potere economico era fortemente colluso con quello politico e di qui il grande lavoro che faceva Falcone e tutto il suo staff per far emergere tutto.

Il Generale Pellegrino, Comandante della Sezione Antimafia di Palermo dal 1981 al 1985, faceva parte di questo staff come investigatore e da vicino aveva seguito l’operato di un uomo che aveva il coraggio di combattere l’illegalità in una Italia dove tutto veniva messo a tacere.

Tre sono le cose indispensabili che il Generale Pellegrino ha voluto dire ai giovani studenti delle classi quarte e quinte, che hanno partecipato all’incontro on line: essere preparati, essere liberi, essere informati, così come lo era Falcone e come lo devono essere tutti coloro che vogliono vivere nella giustizia e legalità.

Presente all’incontro la Procuratrice aggiunta della Procura della Repubblica di Pescara Anna Rita Mantini che ha parlato del lavoro che un magistrato deve fare per difendere la propria libertà ed onestà intellettuale.

“Le nuove mafie sono degli quelle degli affari, il mafioso vuole essere un investitore, ed esse si sviluppano utilizzando le tecnologie più avanzate. Per combatterle altrettanto deve fare la magistratura muovendosi alla stessa maniera. Le mafie lasciano strutture che operano nell’economia a danno delle strutture statali e dei semplici cittadini

Il magistrato da sempre lotta per la libertà intellettuale e la Costituzione italiana concede la libertà, ma questa è veramente praticabile? I magistrati hanno tante possibilità di essere vincolati e tante forme di Mafia attecchiscono dove c’è una magistratura ripiegata su sé stessa, ma più si è liberi e meno si è ricattabili. Voi giovani, come tutti, usate i social che sono strumenti eccezionali, ma terribili come intimidazione di massa con insulti ed odio che vengono riversati in rete. Tutto ciò è legittimo e non costa nulla?

Ma la Mafia è solo in Sicilia e in Calabria o anche in Abruzzo? Purtroppo sì, è ovunque. La Mafia è aggiornata sui sistemi ed attecchisce dove c’è danaro e tanto ne sta arrivando in Italia dall’Europa. Siamo in una situazione di pandemia e i soldi che arriveranno saranno appetibili per la Mafia. Dove la politica dà scudi e fornisce collusioni crea buchi nel controllo. Voi giovani pretendere servizi, recuperare il senso dell’equilibrio perché la magistratura è sana, anche quando non opera per il meglio. Ragazzi non rassegnatevi mai! Fate la vostra battaglia alla Mafia attraverso il vostro impegno quotidiano sia a scuola sia quando lavorerete”.

Alle domande fatte dai ragazzi il Generale Pellegrino ha risposto con tre sole verbi: Fare agire rifiutare. E ancora: “Se non c’è il coraggio la mafia non si sconfigge ed il Premio Borsellino è un faro di civiltà in tempi difficili”

A concludere l’interessante ed intenso incontro la Dirigente scolastica Alessandra Di Pietro che da anni ospita con la scuola e tutti i docenti, gli studenti ed il personale, il Premio Borsellino che ha visto tante persone che, con le proprie azioni e con la propria vita, sono testimoni della lotta contro la Mafia.

“Credo sia evidente l’importanza dei momenti formativi affrontati dal Premio Borsellino che ci permette di ripercorrere la storia del nostro Paese – ha detto la dirigente Di Pietro – negli anni ’80, ovvero gli anni delle grandi stragi di mafia, quando in Italia c’era una vera e propria guerra in atto che colpiva lo Stato e gli uomini delle Istituzioni. Da qui l’importanza e il valore della memoria, che dev’essere forte, e l’incontro con i testimoni di quegli anni, come il Generale Pellegrini, per comprendere che non dobbiamo mai cedere le armi all’indifferenza dinanzi alla corruzione, che è forse la forma più grave dell’illegalità”.

La legalità dona serenità e felicità alle persone. I giovani ricevono le informazioni e la storia di tanto orrore, ma sono le persone più importanti perché devono essere testimoni e trasmettere la conoscenza e la memoria perché, solo non dimenticando, si evita l’omertà del silenzio che favorisce la corruzione. Le mafie sono diventate, oramai, grandi imprenditori di sé stessi. Bisogna conservare la memoria con i giovani e attraverso i giovani perché essi siano i testimoni della legalità e insegnarla ad altri giovani

Presenti on line Daniela Puglisi, per l’Ufficio Scolastico provinciale, che ha salutato i presenti, ringraziando la Dirigente della possibilità che dà, attraverso gli incontri del Premio, di conoscere tante cose che non sono solo ricordi di dolore, ma di speranza nel presente e nel futuro.

Con gli studenti delle quarte e quinte, i docenti Antonio De Grandis, Renata Di Iorio, Concetta Dell’Osa e Maria Di Virgilio.

Maria Luisa Abate

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